Di Michele Lospalluto
Hai iniziato a suonare il pianoforte all’età di 6\7 anni, non hai frequentato conservatori, ti ritieni fondamentalmente un autodidatta, pur avendo avuto un’impostazione di base. Negli anni, con pubblicazioni autoprodotte fino al 2023, hai attraversato generi diversi: musica napoletana d’autore, composizioni jazz-oriented, esplorazione del linguaggio solistico, un omaggio a Gershwin, tutto mi pare con lo spirito dell’improvvisatore, fino al tuo ultimo disco “Cubi Sublimi”(Barly Records). Questo excursus è stata una scelta o un percorso necessario per arrivare all’improvvisazione?
Quello che tentavo di fare sul pianoforte quando avevo 20 anni certo non aveva un intento teleologico, non mirava a fini ultimi, se non quello di migliorare la tecnica e la padronanza del linguaggio. Dopo 40 anni stiamo ancora qui a studiare, ma quasi mai sullo spartito (solo se necessario) ma direttamente sullo strumento, magari tirando giù ad orecchio qualche brano di Chopin o di Shubert. Quando sono a casa non faccio quello che propongo su disco o dal vivo, diciamo che mi diverto a suonare quello che arriva, anche motivi antichi o canzoni più recenti, va bene tutto, purché sia ben concepito. Mi capita di passare da un brano all’altro senza soluzioni di continuità, in tonalità che possono variare secondo l’ispirazione del momento.
Allora non c’è solo il pianismo jazz…
Ormai saranno 20 anni che ascolto perlopiù pianisti classici, oltre ai (soliti) venerati maestri: Martial Solal, Bill Evans, Lennie Tristano, Chick Corea, Keith Jarrett e via dicendo. Tra l’altro nei piano recital ho ultimamente adottato questa formula, libere improvvisazioni che sfociano in una canzone antica napoletana, da cui il titolo di ‘Incognito familiare’. Per tornare alla composizione istantanea, il prossimo lavoro in trio l’ho pensato come libero scambio di idee melodiche, armoniche o ritmiche. Per niente semplice, ma estremamente stimolante.
Il tuo penultimo album “The Groove Sessions” (Barly Records) segna un punto alto della tua improvvisazione. Quanta importanza ha questa pratica insieme alla sperimentazione nella tua musica?
Entrambi gli aspetti vanno di pari passo, improvvisare equivale a sperimentare, dipende da quanto vuoi spingerti fuori dai sentieri battuti (la famigerata comfort zone!). L’improvvisazione possiamo dividerla in due tipi: tematica, cioè sullo spunto di un brano preesistente, e libera, che nasce da un flusso musicale che si definisce suonando. Entrambi gli approcci hanno per me uguale importanza.
C’è un solo modo per progredire in questo campo: practice, practice, practice (suonare, suonare, suonare), come rispose John Scofield ad un chitarrista che gli chiedeva se c’era una shortcut, una scorciatoia per imparare a fare certe cose. Ho capito da subito che in musica la pratica precede la teoria, la percezione precede la formulazione.
Il tuo ultimo lavoro l’hai intitolato “Cubi Sublimi – sette racconti per pianoforte, contrabbasso e batteria”. Perchè questo titolo?
Dare titoli ai brani e conseguentemente ai dischi è – a mio parere – spesso impresa ardua, a volte vana, se si intende richiamarne il contenuto. Come al solito ho tenuto presente la filosofia alla base del lavoro, che richiede un flusso musicale affidato alla creazione del momento, per poi giungere ad una rappresentazione simbolica del caso (l’alea): il dado che rotola, che offre sempre facce diverse in un dato numero di combinazioni. Così, dopo estenuanti ricerche ispirate dalle immagini, sono approdato a questo titolo di una chiarezza che definirei tridimensionale. Ho usato il termine racconti per suggerire l’idea di uno sviluppo narrativo.
In “Cubi Sublimi” i brani hanno dei titoli che evocano in me delle immagini (ricordiamo che sei attivo anche nel campo dell’arte visiva). Quale rapporto c’è tra musica e pittura?
Forse nessuno! (ride). Correggiamo il tiro: nella mia esperienza musica e immagini viaggiano su rette parallele che si incontrano all’orizzonte, forse perché sono fatte di una materia differente e interessano apparati diversi. Finora l’unica soluzione che le unisce per me è stato l’audiovisivo, il cortometraggio. Ma in generale o faccio una cosa o l’altra. Sono contrario al poema sinfonico e alla musica a programma, dove ascolti e allo stesso tempo, imbeccato dal testo a margine, devi immaginarti questo e quello. Diverso il caso della sinfonia Pastorale di Beethoven, in quel caso basta andare in campagna per godere di un surplus di suggestione, ma devi avere con te un impianto stereo adeguato, lo smartphone non è sufficiente!
Nel disco dai molto spazio all’improvvisazione, ma l’anima di Bill Evans è evidente a partire dal primo brano “Uomini con le uova in tasca”. Come nasce questo disco?
Non componevo musica per trio dal 2011. Nell’agosto del 2023, stimolato dalle conversazioni con un amico bassista, qui ad Altamura, mi misi al piano e, improvvisando come sempre misi insieme 7 brani, registrati poi a Bologna.
Vedo che hai una particolare predilezione per la situazione in trio. Hai un bravo batterista (Filippo Mignatti), ma la cosa che mi ha colpito di più è il contrabbassista (Felice Del Gaudio) che dialoga con il tuo pianoforte.
Quello che mi interessava maggiormente era proprio l’intreccio con gli altri strumenti, più che l’esibizione solistica, una certa idea di spazialità e di imprevisto, tenendo conto delle indicazioni tematiche. Inoltre ultimamente è stato messo sulle piattaforme il primo cd in trio, ‘Vietato sedersi’ (2008), sempre con la Barly Records, da me remixato e rimasterizzato.
Si prevede una ristampa?
Dato che la gente non compra più i cd (salvo che in pochi ed encomiabili casi) tocca rinunciare per ora all’oggetto fisico…
So che stai lavorando per un nuovo fumetto. Puoi anticiparci qualcosa?
Si tratta della storia di un’editore modenese, Angelo Fortunato Formíggini, che per protestare contro le leggi razziali del’38 si buttò dalla torre della Ghirlandina. Sto lavorando ad una sceneggiatura-story board che attinge principalmente da una biografia scritta da Antonio Castronuovo. La vicenda offre spunti interessanti anche perché il suo intento era di far arrivare la cultura ad un numero di lettori più vasto possibile, con edizioni agili e spesso tascabili. Il suo motto era “si nasce editori come si nasce poeti”.